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Nell'immaginario collettivo dell'era del COVID il mondo accademico sembra essere considerato una bolla a sé, come se problemi, paura e smarrimento lo sfiorassero appena

L’ANNO GRIGIO DELL’UNIVERSITÀ: IL DISAGIO DI STUDENTI E DOCENTI DURANTE LA PANDEMIA

È finito il 2020, un anno in gran parte negativo per diverse realtà. Ma per una in particolare il danno ulteriore sembra essere la dimenticanza da parte dell’attenzione generale e in una certa misura anche delle istituzioni: l’Università. Si è parlato dell’importanza del ritorno ad una dimensione fisica e concreta, per le scuole di ogni grado e indirizzo, ma spesso l’università viene considerata come una realtà autosufficiente, in grado di decidere per se stessa. E questo è quello che è successo più o meno nei diversi atenei italiani nel corso del 2020.

A febbraio il primo stop dei corsi e delle diverse attività universitarie per almeno due settimane. Ben presto studenti, professori e ricercatori hanno realizzato come il fermo delle attività si sarebbe prolungato molto più a lungo. Sono così incominciate le lezioni in didattica a distanza, o dad, tirocini da remoto, lauree in salotto ed esami in cameretta, attraverso il filtro di una webcam.

Dopo un’estate nel segno della parziale riapertura, la speranza per le diverse facoltà è stata quella di mettere in pratica un graduale ritorno alle attività didattiche in presenza, con un sistema di prenotazione dei posti in aula, biblioteche e aule studio, così da assicurare sicurezza e distanziamento. Ma ben presto, fatta eccezione per le matricole e per i più fortunati, con lezioni miste e possibilità di recarsi in aula pochi giorni alla settimana, per moltissimi studenti la quotidianità è diventata lo schermo del computer parlante, la voce del docente digitalizzata, l’appello ad una connessione internet potente.

«Nonostante ammetta che a volte è quasi comodo per noi seguire le lezioni da casa e che i professori sono molto esaurienti nelle loro spiegazioni e disponibili a chiarimenti, c’è chi è più portato e chi meno per la didattica a distanza. Questo penalizza la qualità finale degli insegnamenti. Anche le modalità di esame in alcuni casi ci mettono in svantaggio, con meno tempo a disposizione per scoraggiarci dal truccare la prova, ma di conseguenza diventa meno anche per pensare». Queste le parole di Giordana, 23 anni, studentessa al primo anno della magistrale in Lingue per la Comunicazione internazionale, presso l’Università di Torino.

Ad ogni aggiornamento delle misure di sicurezza, fino al DPCM dello scorso 3 dicembre, poche le considerazioni rispetto al mondo accademico nel dibattito pubblico, scarse indicazioni su ciò che diverse migliaia di studenti – oltre 75mila iscritti solo all’Università di Torino – si troveranno a dover vivere nei prossimi mesi. Non resta loro che informarsi altrove o direttamente presso la propria università. In questa situazione di incertezza, a perdersi non è soltanto l’aspetto più strettamente didattico della vita universitaria, ma anche quello sociale. La possibilità di relazionarsi con gli altri, che chiunque abbia frequentato un corso di laurea ricorderà con affetto e nostalgia.

Così la pensa Aurora, 23 anni, studentessa di lingue ad UniTo: «Per me non è sufficiente la didattica a distanza. Certo gli argomenti affrontati sono gli stessi, anche se nel mio caso a perdere è la qualità delle materie linguistiche. Ma soprattutto credo che la vita universitaria non consista solo in studio, è un mondo molto più ampio che comprende conoscere persone nuove, prendere un caffè con i propri compagni tra una lezione e l’altra o studiare insieme. A casa invece risulta difficile persino concentrarsi in un periodo come questo in cui mancano gli svaghi. Di questo passo, in mancanza di stimoli, potrei perdere la voglia di studiare, cosa che parzialmente sento che sta già accadendo».

Non la pensano diversamente i professori, che condividono il clima diffuso tra i ragazzi. Ad esempio Patricia Gamez, docente di spagnolo nella facoltà di lingue torinese, avverte la voglia di tornare ad un insegnamento faccia a faccia ogni volta che i suoi studenti, demotivati e demoralizzati, accendono la webcam: «Le difficoltà sono tante – spiega – perché l’insegnante non può verificare l’attenzione rivolta alla lezione. Un altro aspetto è la passività totale, c’è pochissima interazione, così che i corsi diventano unidirezionali. A mancare è così la motivazione, il desiderio di apprendere. Per quanto riguarda le modalità di esame, cerchiamo di facilitare gli studenti e spesso in questo risalta la loro etica professionale. Però purtroppo è l’unico modo per non interrompere del tutto i corsi date le condizioni attuali. L’Università non ha avuto un attimo di pausa dall’inizio dell’emergenza sanitaria, e questo vuol dire che ha fatto molto per i suoi studenti».

Infine, un’altra delle categorie toccate dalla chiusura parziale delle Università è quella dei ricercatori. Edoardo Pappaianni è un ricercatore postdoc nel Dipartimento di Psichiatria, all’interno della Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra. Racconta così, tra carenze e lati positivi, il suo lavoro di questi tempi: «In un lavoro come il mio non ho trovato particolari difficoltà, la maggior parte dei compiti si può svolgere da remoto, ma è stata sospesa la ricerca sperimentale tramite gli incontri con i pazienti, rallentando alcuni progetti. Tuttavia, se da una parte non abbiamo potuto svolgere i nostri esperimenti, dall’altra mi sono potuto concentrare sull’analisi dei dati già acquisiti e sulla scrittura di articoli scientifici. Utilizzando piattaforme come Zoom sono potuto rimanere in contatto diretto con tutti i miei colleghi di laboratorio, per cui l’interazione non ne ha risentito particolarmente. Posso dire di essere estasiato da così tanta collaborazione internazionale e bravura di colleghi scienziati in altri settori impegnati a trovare una cura e dei trattamenti adeguati per il COVID».

Tutte queste voci sono solo un esempio e una minima parte degli stati d’animo dominanti negli ambienti accademici. Non esiste una vera e propria condanna alle soluzioni di emergenza, diventate poi di lungo periodo, adottate per far continuare l’insegnamento. Se il lavoro e lo studio da casa, per il momento, sono le uniche condizioni per garantire la sicurezza, basterebbe un incoraggiamento, un sostegno, una speranza data a chi sta costruendo il proprio futuro, e a pensarci quello di tutti noi.

Lo storico e professore universitario Alberto Melloni scriveva su Domani lo scorso 8 dicembre: «Ora potremmo restituire agli studenti che le hanno pagate le tasse versate nel 2020». Già, perché se l’università è per le famiglie un investimento non indifferente, senza contare che moltissimi giovani conducono una vita da fuorisede, di ritorno c’è stato poco, meno comunque degli anni precedenti. Non è ancora esaurita la voglia di studiare e di continuare a formare il proprio futuro. Le immatricolazioni quest’anno non sono calate, anzi numerose città, tra cui Parma, Bologna, Catania, Palermo e l’Università della Calabria, hanno addirittura registrato una crescita rispetto al 2019. Per il Ministro dell’Università e della Ricerca Manfredi, ciò potrebbe essere dovuto all’abbassamento della no tax area.

Chissà che cosa ci è dato sperare per l’anno che sta per iniziare, prosecuzione del presente anno accademico. Certo è, che rimane imprescindibile assicurare una formazione adeguata a quelle persone che domani saranno i pilastri della società, i futuri specialisti, esperti, tecnici. Come i 24 mila laureati in medicina che hanno atteso e visto rinviare il concorso di specializzazione per sei mesi – ora finalmente attesi in 14mila in corsia per il 26 gennaio – paradossalmente con un’emergenza sanitaria in corso. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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