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Soluzioni e risultati degli interventi messi in atto dopo il 2017, annus horribilis per il Piemonte, quando andarono in fumo 9.700 ettari di territorio

LA NUOVA VITA DEL LEGNO, IL RIPRISTINO IN VAL DI SUSA DOPO GLI INCENDI

Pandemia, lockdown, crisi economica, vaccino: sono certamente questi gli argomenti che hanno caratterizzato il 2020 in tutto il mondo, spostando in secondo piano il tema più sentito degli ultimi anni: la sostenibilità ambientale. In molti si aspettavano che dovesse essere questo l’anno della “svolta green”, ma il virus ha ridisegnato le priorità della politica e dei media, sostituendo Greta Thunberg con le curve epidemiologiche. Ciò non significa però che, da parte della popolazione, non sia una tematica sentita. Questo perché, anche se non lo percepiamo direttamente, spesso le svolte in tema ambientale partono proprio da chi vive i territori che, trovandosi colpito da un evento negativo, si adopera per trovare soluzioni innovative.

Se provassimo a fare un salto indietro nella nostra memoria fino al 2017, probabilmente ricorderemmo anch’esso come un anno non molto felice, almeno in Piemonte. A caratterizzarlo furono mancanza di precipitazioni, temperature elevate e forti venti: non serve essere esperti del settore per capire che questa è la combinazione ideale per lo sviluppo degli incendi boschivi. E il 2017 fu certamente un annus horribilis da questo punto di vista. Nel solo periodo autunnale, le fiamme bruciarono ben 9.700 ettari di territorio regionale. Cifre da capogiro se si pensa che la media annuale è di poco superiore ai 2.200 ettari.
Una delle aree più colpite da questo disastro fu certamente, a cavallo tra ottobre e novembre, la Val di Susa, in particolare i territori boschivi dei Comuni di Mompantero, Chianocco e Bussoleno. Molti ricorderanno le immagini delle pendici del Rocciamelone pervase dalle fiamme, della coltre di fumo che aveva reso l’aria grigia e pesante fino a Torino, dell’evacuazione di gran parte degli abitanti di Mompantero e dei volontari AIB e dei Vigili del Fuoco impegnati nel tentativo di arginare un fuoco che il forte vento aveva reso indomabile. Furono giorni terribili, in cui solo in quest’area montana andarono bruciati ben 4.000 ettari, di cui 2.600 di bosco e 900 di pascoli. Spente le fiamme, restava un territorio pesantemente danneggiato, in cui occorreva intervenire in modo tempestivo e puntuale.

Ma il problema non era certo di facile soluzione. Un primo intoppo poteva rappresentarlo la legge quadro nazionale in materia di incendi boschivi (L. 353/2000 art. 10), che pone il divieto per 5 anni di utilizzare risorse pubbliche per eseguire “attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale”. Questo a meno che vi siano situazioni di dissesto idrogeologico o in cui sia urgente un intervento per la tutela di particolari valori paesaggistici e ambientali. Una specifica che ha permesso in questo caso alla Regione Piemonte di dotarsi del “Piano straordinario di interventi di ripristino del territorio in seguito agli incendi boschivi dell’autunno 2017”, approvato dalla Giunta ad aprile 2019, che permette il ricorso a risorse finanziarie pubbliche per l’esecuzione dei lavori, attraverso Piani Forestali Aziendali redatti ad hoc per ciascun incendio.

Nel caso valsusino, gli interventi pianificati si sono concretizzati per mano della società cooperativa La Foresta, che ha provveduto innanzitutto alla rimozione dei tronchi bruciati da strade e impluvi dei corsi d’acqua, in cui la presenza di alberi morti in piedi avrebbe potuto costituire un pericolo per le persone e per la sicurezza idrogeologica del territorio. Ma non solo. Dov’è stato possibile, le operazioni hanno favorito la presenza di gruppi di alberi adulti, che proteggono il suolo dagli agenti atmosferici e ombreggiano il terreno, ricreando condizioni favorevoli al rinnovamento forestale. Tutto ciò per incoraggiare il più possibile la capacità dell’ecosistema bosco di recuperare il danno subito, limitando il più possibile gli interventi di rimboschimento. Restava però da sciogliere un nodo: che cosa fare con le centinaia di tonnellate di legname rimosse?

Non esiste una singola risposta all’interrogativo, ma molte soluzioni che hanno come riferimento la sostenibilità ambientale. Questo perché gli interventi di recupero sono parte integrante di LENO (Legno Energia Nord Ovest), l’innovativo progetto regionale che si propone di valorizzare e qualificare la filiera legno-energia in Piemonte, attraverso la cooperazione delle imprese di settore e la promozione dell’innovazione. Produrre energia, termica in particolare, da legname proveniente da lavorazioni forestali è una soluzione ambientalmente responsabile solo se riesce ad assicurare una riduzione drastica delle emissioni di PM10, impianti moderni ed affidabili, qualità dei combustibili, tracciabilità e sostenibilità di tutte le attività forestali. Il progetto, di cui la società cooperativa La Foresta è capofila, intende quindi innescare un mutamento radicale nell’approccio agli usi energetici delle biomasse, puntando alla massima compatibilità, ambientale e sociale, delle filiere e riportando parte del beneficio economico nelle aree da cui deriva la materia prima.

Un intento che in questo caso si è tradotto in una serie di azioni davvero innovative. Come spiega infatti Giorgio Talachini de La Foresta: «Tutti gli interventi sono stati orientati all’utilizzo virtuoso dei materiali, recuperando tutto ciò che era possibile. Il 35-40% del materiale è stato infatti portato in segheria, dove abbiamo cercato di valorizzarlo, privilegiando un impiego diverso da quello energetico». Pini e abeti uccisi dal fuoco rinascono così sotto forma di elementi di arredo, come panche, tavoli o persino sculture. È il caso di “MompanTree”, l’originale albero di Natale, installato in frazione Jovenceaux di Sauze d’Oulx, creato con questo legname da Maurizio Perron, scultore di fama internazionale.

Ma non tutto il materiale ancora servibile è stato portato a valle. Alcuni tronchi sono infatti stati riutilizzati in loco per creare piccoli terrazzamenti, utili a ridurre la velocità di scorrimento dell’acqua e trattenere il materiale terroso, contribuendo alla difesa del suolo e al rinnovamento forestale. «Per la prima volta in Italia – spiega Talachini – si è impiegato un approccio di questo tipo: utilizzare parte del legname direttamente in loco realizzando opere di difesa del territorio. Un metodo diverso da quello adottato in Trentino, in cui gli alberi caduti sono stati tutti rimossi e poi si è operato il ripristino».

Il legname restante, troppo danneggiato per poter essere impiegato per questi scopi, è stato infine recuperato come fonte sostenibile di energia. Spiega ancora Talachini: «Il legno trasformato in cippato diventa energia che, grazie ad appositi impianti, riscalda ad esempio edifici pubblici come quelli di Mattie e San Giorio. Ovviamente tutti gli impieghi avvengono all’interno dei 50 chilometri di raggio dal luogo di taglio e lavorazione; questo è fondamentale per garantire la sostenibilità del prodotto e uno sviluppo all’economia del territorio». L’innovazione non sta infatti negli impianti a biomasse, diffusi da ormai diversi anni nei Paesi del Nord Europa e, in particolare nell’ultimo decennio, anche nelle regioni del Nord Italia. La sostenibilità e ritorno economico per il territorio vengono garantiti anche e soprattutto dalla filiera corta di questi impianti, che si sono fatti sempre più efficienti e in grado di soddisfare le esigenze di riscaldamento di ogni tipo, dalla singola abitazione fino ad ospedali e centri sportivi. Un esempio è certamente Pomaretto, Comune all’imbocco della Val Germanasca, che da tre anni si è dotato di un impianto in grado di scaldare il municipio, l’ospedale Valdese, le scuole materna ed elementari con materiale legnoso proveniente da un massimo di 30 chilometri di distanza.

La tematica ambientale traccia la strada di questi nuovi modi di approcciarsi al legname, che non è più, come nel caso del post incendio, un problema da gestire, ma diventa risorsa, trasformandosi in opere per la messa in sicurezza del territorio, in arredo urbano e in fonte di energia. Perché l’ecocompatibilità si realizza attraverso l’impiego di materie prime rinnovabili, la lavorazione dei materiali nel luogo di produzione e nel trovare una nuova opportunità di impiego anche a ciò che potrebbe sembrare uno scarto. Puntare allo spreco zero non è pura utopia.

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Le immagini sono concesse dalla Cooperativa La Foresta.

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