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Il sassofonista torinese si racconta in un'intervista in cui spiega come è nata la sua passione per le sette note e presenta la carriera internazionale con i "Knights Club"

LA MUSICA SECONDO PAOLO CELORIA

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Scritto da Davide Corvo

4 Febbraio 2022

Paolo Celoria, sassofonista nato a Torino,  oggi gira il mondo suonando nei “Knights Club”, una band internazionale specializzata in eventi esclusivi e di lusso. Paolo rappresenta uno di quei professionisti del mondo della musica che hanno fanno una scelta non convenzionale. Quella di suonare e lavorare solamente come performer dal vivo, abbandonando il sogno di tanti bambini di essere una star a livello internazionale, registrando e vendendo migliaia di dischi. Ciò non deve essere visto come una retrocessione, anzi. Per molti musicisti, essa è stata una scelta oculata e saggiamente indirizzata verso una specifica direzione: fare della propria passione un mestiere, arrivando dritti al punto e senza perdersi in sogni di improbabile riuscita.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Paolo Celoria per parlare  della sua carriera e dell’attuale panorama della musica dal vivo del nostro paese.

Paolo Celoria, un sassofonista quasi per caso

Il sassofono è una scelta particolare per un ragazzino che si avvicina alla musica. Come mai hai optato per questo strumento? 

«In realtà mi sarebbe piaciuto suonare il flauto traverso. Da ragazzino, infatti, ero innamorato dell’atmosfera Prog-Rock Anni ’70 e di Ian Anderson, flautista e frontman dei Jethro Tull. Purtroppo mi suggerirono di scegliere un altro strumento a causa delle mie labbra. Il flautista classico, infatti, ha le labbra sottilissime e io proprio il contrario. Chi mi diede quel consiglio, però, mi “salvò” la vita: per quanto mi abbia fatto piangere quando avevo solo undici anni, nel tempo ho capito che se ora ho una carriera devo dire grazie a quel suggerimento. Poi nel tempo ho sempre fatto tanto con la musica, con una sola costante: il sassofono. Lì ho capito che era lo strumento che faceva per me.»

Quando hai deciso che saresti voluto diventare un musicista professionista?

«Ad un certo punto della mia vita, dopo aver mollato l’università, mi sono detto con grande convinzione che avrei fatto il musicista. In conseguenza, mi sono iscritto nuovamente alla scuola di musica e, anche grazie a due grandi maestri come Diego Borotti e Pino Russo, ho appreso tutto quello che mi serviva per farcela.»

Quando un bambino sogna di lavorare con la musica, genericamente, si immagina di essere la rockstar che calca i più grandi palchi del mondo e che vende milioni di dischi. Perché hai scelto invece di non seguire questa strada e di essere un grande professionista della musica dal vivo?

«Probabilmente per attitudine: per quanto mi piaccia tantissimo il mondo della produzione musicale non è qualcosa che sento di essere bravo a fare, almeno non più degli altri. Ho riconosciuto i miei limiti e i miei pregi e ho capito che volevo essere un performer dal vivo. Nella mia vita professionale precedente, quando facevo il turnista con la band The Sweet Life Society, ho avuto comunque la possibilità di suonare su grandissimi palchi, come il Glastonbury e altri festival europei. Poi ho intrapreso un’altra strada.»

L’incontro con i “Knights Club” e la svolta  musicale di Paolo Celoria

Come procede la tua carriera con i “Knights Club”?

«Dopo tanti anni di sacrifici, posso dire che sta andando alla grande. Giriamo il mondo e suoniamo in eventi incredibili. Come non pensare al Festival del Cinema di Cannes o al Mondiale di Polo in Lussemburgo? Abbiamo persino suonato in uno yacht per un evento di Netflix. Diciamo che posso ritenermi soddisfatto.»

A questo link si può vedere un video di una loro performance Knights Club – Official Band Promo 2021

Parliamo del nostro paese. In Italia si può vivere di musica?

«Sì, ma è molto difficile viverci dignitosamente. Se diventi qualcuno è complicato restare sulla cresta dell’onda e si rischia di essere una meteora. Tutto diventa più semplice se ci si apre a mercati esteri, usando l’Italia come perno per viaggiare. Bisogna essere scaltri, farsi trovare nel posto giusto al momento giusto e sfruttare le occasioni che si creano intorno a noi. Ci vuole coraggio e forza di uscire dalla propria zona di comfort.»

Essere un musicista in Italia: l’opinione di Paolo Celoria

Il mercato della musica dal vivo in Italia come si sta muovendo?

«Si muove poco e quando lo fa comunque girano pochi soldi. Così come succede per l’impiegato o per il cameriere. È il sistema generale ad essere sbagliato. L’Italia può vantarsi di aver praticamente inventato l’arte e la musica, ma non è per niente capace di sfruttarla. All’estero sanno riconoscere questo nostro DNA artistico e gli danno il giusto valore. Noi, invece, l’abbiamo completamente dimenticato. Qualcuno diceva: “Viva l’Italia paese dell’arte e dei suoi artisti tenuti in disparte”. La gestione della categoria durante la pandemia, poi, ha dimostrato tutto ciò.»

I consigli di Paolo alle giovani generazioni

Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole fare della musica dal vivo un lavoro a tutti gli effetti?

«Bisogna tenere in mente un concetto ben chiaro: è il mercato a fare il lavoro, non il contrario. Non prendete ispirazione dalle meteore. Guardate invece chi è salito, è caduto e poi ha avuto la bravura di tornare sulla cresta dell’onda per non scendere più. C’è poi questo pensiero comune che si riassume più o meno così: “Se nella vita non sfondi, non sei nessuno”. Niente di più sbagliato. Non bisogna arrivare per forza a essere come i Led Zeppelin per ritenersi soddisfatti di sé stessi. Il mio consiglio è questo: trovate l’occasione di mercato per continuare a suonare e cantare tutta la vita».

© Promuovere Persone Culture Territori

 

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